Tante Storie

Nero di luna di Marco Vichi

Maggio 22, 2008 · Lascia un Commento

Mi avevano conisigliato questo libro come un noir d’atmosfera, in cui, leggendo una storia da togliere il fiato, si poteva respirare, col fiato rimasto, le atmosfere del Chianti, gli odori della terra, i modi delle persone.

Ora, io non ho ancora avuto il piacere di fare una gita nelle colline del Chianti; non ho nemmeno indagato se chi mi ha consigliato questo libro ha mai provato l’esperienza, è una persona molto giovane. In ogni caso, se gli abitanti delle mie colline fossero stati descritti in questo modo, io mi sarei sentita discretamente presa in giro. Così come mi sono sentita presa in giro dal libro; ma andiamo avanti.

La storia narra di uno scrittore che, dopo la morte di un amico, si ritira nella casa in collina che l’amico aveva affittato per qualche mese. E già, quando circa a pagina 50 s’odono voci che forse sono di fantasmi, uno si aspetta: l’amico tornerà in forma di ectoplasma a spaventarci! O se proprio va male ci renderà edotti di morale ultraterrena.
No, l’amico non torna e io mi chiedo che cosa ce l’abbia presentato a fare.

Insomma, il nostro scrittore cerca di inserirsi nella vita sociale paesana, che è fatta:
- di donnine non ben identificate che fanno la spesa per ore nell’alimentari locale;
- della propretaria del suddetto alimentari che forse doveva dare l’impressione di donna saggia che tutto sa e tutto tace, ma pare solo una donna che affetta degli affettati;
- del rivenditore di legna che parla per arcani proverbi incompiuti e che sembra l’unico che prende in giro sapendo di prendere in giro;
- dell’anima tormentata e troppo fortemente richusa nella grettezza del luogo in cui abita;
- dai Carabinieri;
- da una dottoressa che va e viene, moderatamente in calore, e che narrativamente serve solo a mettere nel romanzo qualche dialogo di sintesi della situazione e a fornire al protagonista qualche dolorosa erezione. Cosa di cui di cui il lettore viene puntualmente informato, anche se in questo caso la disinformazione sarebbe virtù.
Tra l’altro, il nostro scrittore protagonista se ne era andato in campagna sperando in una contadinella da coprire in una vigna, e invece trova la dottoressa. Non ho capito se ritiene di aver guadaganto o perduto nel cambio.

Lo scrittore passa il suo tempo a farsi gli affari degli altri, rimanendo intrigato dalle voci di fantasmi già ricordate, da un ladro di polli che forse è un licantropo e forse no, da un vecchio e orribile delitto misterioso. Il nostro eroe indaga, si caccia nei guai, si fa odiare e rimorchia la dottoressa.
Tutte le sue supposizioni e le sue pippe mentali per le stranezze incontrate si risolvono quasi in niente. Tenta una timida denuncia sociale sulla corruzione dei politici e sullo sfruttamento dei minorati mentali, ma poi glissa su altre cose. L’unico vero delitto viene raccontato con dovizia di particolari, ma con uno stile greve e pesante. La scena è ovviamente piena d’orrore e di dettagli macabri e mi è risultato disgustoso e basta. Non mi ha spaventata, non mi ha turbata; una scena splatter in cui non sapevo se saltare le pagine o mettermi a ridere.

Insomma, io non ho capito cosa voleva dire, ammesso che dire qualcosa fosse lo scopo del libro.
Voleva dirmi che anche nei minuscoli centri di collina ci sono manifestazioni oscure dell’animo umano? Edificante, ma non mi cambia la vita.
Voleva dirmi che i minuscoli centri di collina sono pieni di malati di mente, criminali, sfigati, insoddisfatti o, alla meglio, donnine insipide e contadini pratici? Interessante, ma non mi hai convinto.

O forse non voleva dire niente di particolare, voleva solo raccontare una storia appassionante… Sarebbe bello, peccato che le storie raccontate manchino di mordente e si perdano nei rigagnoli delle paturnie della voce narrante. I personaggi sono bidimensionali, e non danno nessuno spessore alle trame su cui indaga in protagonista. Sembrano più che altro bamboline di carta con cui giocare senza troppo impegno. C’è la donna in carriera, la giovane pazza che sa la verità, il contadino che contratta una bottiglia d’olio, e così via. Se l’intanzione era fare un gioco di bambole, ho visto giocare meglio.
I dialoghi sono spesso inconsistenti, per non dire riempi-pagina.

Insomma, se l’ho finito è stato per vedere fino a che punto si poteva arrivare. L’unica nota positiva è che l’avevo preso in biblioteca!

Marco Vichi, Nero di luna, Guanda, I narratori della Fenice, 248 p., 15 €

Categorie: Libri · Romanzi
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