Chissà perché, ho cominciato questo libro credendo si trattasse di un fantasy.
Niente di più sbagliato. E’ la storia di un ragazzino, Jess Oliver Aarons Jr. che si allena per diventare il ragazzo più veloce di tutta la scuola. Peccato che, fin dalla prima gara venga battuto da una nuova compagna di scuola: Leslie Burke. Leslie è davvero particolare: è diversa da tutte le ragazze che conosce Jess, comprese le sue sorelle e le sue compagne di scuola. Veste diversamente, fa cose che le altre ragazze non fanno, sembra che non abbia mai paura di niente, ma soprattutto sa fantasticare come nessun’altro. E’ a Leslie che viene in mente di creare un mondo fantastico, in un luogo nascosto del bosco a cui si accede saltando un ruscello appesi a una corda attaccata a un albero. Questo mondo si chiama Terabithia ed è il luogo di rifugio ideale. Jess e Leslie ne sono i re e la regina. Solo andando periodicamente a Terabithia riescono a sopportare la piattezza della vita quotidiana. Jess sa di non aver min piena per andare a Terabithia diventa sempre più rischioso.
Libro molto coraggioso, sopratto nel finale che per me è risultato assolutamente inaspettato. Molto drammatico e inusuale. Parlare di morte ai bambini è sempre difficile: parlare di morte dei bambini ai bambini è ancora più difficile, ma credo che Katherine Paterson ci riesca alla perfezione. Rende perfettamente l’idea di quanto sia difficile prendere coscienza della morte di una persona cara.
Unica pecca del libro: mi sono spesso impuntanta per non capire dove si voleva andare a parare. Si parla molto di quotidianità a scuola e in famiglia, di compagni di scuola bulli e bulle, di rapporti con fratelli, genitori e animali. Tutto molto interessante, ma non riuscivo a capire dove fosse il punto della storia. Per fortuna, sia pure a fatica sono arrivata al capitolo 10 e allora ho capito. Davvero molto triste ma ne è valsa la pena.
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A Jess non era mai balenato per la mente che i genitori dovessereo essere compresi. Era come dire che la cassaforte di Millsburg fosse lì apposta perché lui la scassinasse. I genitori erano quel che erano: non toccava certo ai figli cercare di decifrarli. C’era qualcosa di strano nel desiderio di un uomo adulto di essere amcio della sua stessa figlia. Avrebbe dovuto avere amici della sua età, e lasciare che sua figlia si scegliesse i propri.